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scia cuori bocche

domenica 27 novembre 2011

Se la coppia è vittima di violenza psicologica. Riconoscerla per venirne fuori

Quando è possibile rendersi conto di essere vittime di una violenza psicologica?
Va detto innanzitutto che la violenza non ha sesso. Le cronache riportano storie di maltrattamenti di uomini nei confronti delle donne in un numero maggiore, solo perché l’uomo è più condizionato a reagire nella relazione affettiva, secondo schemi culturalmente appresi. La donna tuttavia, nel caso della violenza psicologica è, alla stregua del maschio, capace di generare lo stesso dolore. Sono le due facce della stessa medaglia: la distruttività come impulso irrefrenabile che riduce la persona alla funzione di puro oggetto.
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La violenza psicologica nella coppia, diversamente da quella fisica, non lascia segni visibili; “il morto è vivo” dice una psichiatra francese, M. Hirigoyen, per indicare come il processo di manipolazione conduce la vittima ad una morte psicologica lenta e devastante.
Parole gelide, anaffettive,  che umiliano e sminuiscono in modo sistematico, giorno dopo giorno, lentamente. Gli individui violenti sono tali in quanto hanno un solo ed unico scopo: rendere insicuro l’altro e annientarlo psicologicamente. La spinta alla base del loro comportamento è il potere totale sulla vittima. Questo è l’obiettivo e rimane immutato indipendentemente dall’aggressore; le forme di violenza invece si tipicizzano in base alle peculiarità di chi compie la violenza. Questi, di solito, non ha esplosioni d’ira improvvisi, altrimenti il/la partner fuggirebbe; l’aggressore prepara il terreno attraverso azioni di vero terrore. Il maltrattamento è molto sottile e la vittima spesso rimane nel dubbio, è disorientata, paralizzata nell’incertezza delle proprie percezioni.
Benché riconosciuta di recente, ad oggi  manca una definizione precisa;  la conseguenza  è una reale difficoltà nel circoscriverne i confini.  Non ci  sono ematomi, contusioni o fratture che ricordano al soggetto e agli altri che si è stati vittima di un’aggressione. Qui abbiamo a che fare con sguardi carichi di disprezzo, parole innocue pronunciate con tono minaccioso, sarcasmi, battute umilianti. Gli insulti hanno lo scopo di instillare insicurezza e provocare un cedimento interiore nella vittima che ne assicura la completa sottomissione.
Se gli attacchi verbali si verificano in pubblico allora l’aggressore usa la forma ironica e cerca in tutti modi di accattivarsi la simpatia dei presenti. In tal modo la vittima è isolata e se trova il coraggio di raccontare a qualcuno il suo vissuto spesso non viene creduta.  E’ questo l’atteggiamento che induce la vittima a dubitare, a dire a se stessa: “Forse hanno ragione, forse sono io che l’ho provocato. Sicuramente me lo meritavo”.  Nella realtà non rimane gran ché della violenza subita perché essa non è visibile agli altri, è una violenza “pulita”.
Il modus operandi  di solito segue questo schema: aggressioni verbali sottili e graduali fino a quando la vittima arriva a considerarli normali. Se questi, tuttavia reagisce allora può manifestarsi anche l’aggressione fisica.
Come venirne fuori.
Non è semplice ma nemmeno impossibile. Quello della  violenza psicologica è un fenomeno poco conosciuto e di conseguenza è più difficile parlarne. Il primo passo a mio avviso consiste nel saperla riconoscere, darle un nome per riuscire ad individuare anche quelle forme più subdole. Le vittime, donne in prevalenza, dovrebbero avere il coraggio di pretendere il rispetto e se questo viene calpestato non lasciarsi intimorire e denunciare.  Anche gli aggressori potrebbero fare  qualcosa: smettere di negare e chiedere aiuto.
La violenza, infatti, è deleteria per tutte e due i membri della coppia; anche se  gli aggressori di solito non ne hanno coscienza, la loro è una condizione di malattia e come tale andrebbe curata.  Infine, ma non meno importante, le campagne pubblicitarie contro la violenza. Sono stereotipate; condannano quella fisica e sessuale ma non menzionano minimamente quella psicologica. Non è forse questo un  modo “civile” per legittimare insulti e umiliazioni?

Carmela Vitale - Psicologa e Psicoterapeuta



Non lasciamo sole le vittime e crediamo alle loro parole.. o almeno diamo loro il beneficio del dubbio... 


Aggiungo una parola "difficile"


Il Gaslighting è un insieme di comportamenti subdoli, agiti dal manipolatore (gaslighter), nei confronti di una persona per confonderla, farla sentire in colpa, farle perdere la fiducia in se stessa, farla sentire sbagliata, renderla dipendente, fino a farla dubitare della sua sanità mentale. Il contesto può essere quello di coppia, familiare, amicale e lavorativo.
E’ di fondamentale importanza la conoscenza del fenomeno e la prevenzione dello stesso per contrastare il fenomeno della violenza psicologica, specialmente in ambito famigliare, ove non di rado si assiste a una forma di molestia subdola e continuativa in cui la vittima viene manipolata al punto di dubitare della propria sanità mentale. Spesso questo tipo di violenza non è ravvisabile neanche dalla vittima stessa, la quale si trova inconsapevolmente ad essere manovrata dai propri congiunti, diventando di fatto complice di un processo che mira a distruggere la propria individualità.

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